Dipendenze Patologiche e Disturbi del Comportamento Alimentare

Alla luce del sempre maggiore ampliamento ed approfondimento del concetto di dipendenza, I DCA si configurano come un quadro clinico inseribile all’interno di una complessa visione psicoanalitica. Quest’ultima è in grado di esemplificare l’esistenza dei meccanismi additivi che ne animano le più intime dinamiche ed il conseguente impatto drammaticamente profondo che riguarda la riorganizzazione dell’intera personalità. Per certi versi i DCA, in particolare l’anoressia, sembrano tradire le formalità della tossicomania, cui associamo un plateale discontrollo volitivo ed esistenziale, se pensiamo ad esempio, quanto l’anoressia coincida, altresì, con un’eccessiva padronanza di sé, della propria efficienza, della propria volizione, della propria economia corporea nel fallibile tentativo di esercitare il medesimo controllo della propria economia oggettuale. In realtà la dipendenza, il cui epifenomeno si manifesta in agiti collocabili lungo il continuum impulsivo-compulsivo, si configura come una relazione complessa con il proprio self e con il mondo oggettuale che lo popola; una relazione paradossale (borderline), ambivalente se non compiutamente scissa tra bisogno e terrore di dipendere.
L’anoressia, profilandosi come paradigma del rifiuto e dell’opposizione, si fonda su un’inflessibile padronanza di sé, su un ascetismo orale impietoso che attraverso un quotidiano sacerdozio del cibo rivela la sua anima fortemente ossessiva e compulsiva, e la dilagante egemonia del bisogno di controllo, dell’autodistruttività, reificazione della siderazione oggettuale.
La bulimia, paradigma della voracità, dell’impulsività, del desiderio di divorare l’oggetto per eludere il terrifico senso di vuoto della separazione, non cela i propri connotati fortemente depressivi, esito di un lutto /separazione impossibile in cui l’oggetto assente, nella sua assenza cristallizzata (non cosa) viene letteralmente ingerito-incorporato determinando un vorticoso e profondo vissuto di vuoto incolmabile.
Il cibo, il rito dell’alimentazione, rappresenta la primissima dimensione di contatto e relazione, campo privilegiato delle prime dinamiche affettive qualificanti in senso identitario; all’interno di tale cornice si edifica il confine interno-esterno, quell’Io – Tu di buberiana memoria che delinea l’immanente necessità di istituire una relazione tra due identità unite, ma non eternamente ed irrimediabilmente fuse, soggettivate a partire da una primaria unione fondante. Tale unione non può che realizzarsi in un contesto fortemente connotato a livello affettivo: il cibo, infatti, è e rimarrà sempre una dimensione rappresentativa del piacere, dell’amore e della sottomissione al desiderio genitoriale. La bocca, prima zona erogena, rappresenta il varco tra un dentro ed un fuori, la prima fonte di piacere fisico e relazionale che, una volta interiorizzato, darà conto della capacità dell’individuo di tollerare la frustrazione e l’assenza. Il corpo della madre si offre come estensione del corpo del bambino, la sua mente realizza una coincidenza con il desiderio del neonato costituzionalmente incapace di procurarsi alcuna (bioniana) realizzazione, nella sua funzione alfa vicariante di reverie; in questo<<inghiottimento reciproco>> funzionale al ripetuto incontro contenitore/contenuto che dilata le potenzialità psichiche del bambino, che “le nutre”, si fonda il vitale germe del pensiero. Sebbene la fusione sia la prima condizione necessaria alla vita mentale, la possibilità di pensiero pretende lo scarto, la differenza che rilanci la presenza dell’altro come diverso da sé. Tale scarto si realizza sin dai primi momenti ed è necessario tanto quanto il vissuto simbiotico; è ravvisabile, per esempio, nel grasping, nell’atto del bambino di aggrapparsi ai capelli, alle vesti della madre. Esercitando controllo su ciò che stringe, il bambino crea una rassicurante sebbene minima differenza necessaria al pensiero. Una tale dinamica, al riparo da derive psicotiche, evidenzia quanto tanto l’unire quanto il separare siano costitutivi della vita psichica. Ancora una volta la metafora alimentare rappresenta egregiamente il modello dell’attività mentale; per assimilare un cibo è necessario che esso venga morso, masticato, distrutto , scomposto ed assorbito dall’organismo che, elaborandolo, ne fa qualcosa di proprio. Così l’aggressività e la distruttività fisiologica rilanciano quella differenza che ci separa ed autonomizza in quanto entità distinta dall’Altro. Questo Altro che in quanto diverso da noi, torna a qualificare il nostro essere attraverso la via identificatoria, senza che questo richiami un’appiattimento fusivo- incorporativo ed attraverso il rispecchiamento della nostra immagine. L’Edipo freudiano ha, infatti il merito di evidenziare quanto l’edificazione della propria identità pretenda un atto aggressivo/distuttivo, di separazione. Ma se l’aggressività viene vissuta come eccessiva ed inappropriata oppure misconosciuta, è possibile che si attivi una regressione facilmente identificabile in un rifiuto del cibo o in una scissione tra alimento-buono alimento-cattivo sin dalla più tenera età (anoressia infantile). Sorge, dunque, il bisogno di rifiutare parzialmente o totalmente il nutrimento per scongiurare il pericolo di una devastante intrusione, di delegittimare e rendere pericolosamente inappropriato l’esistenza del desiderio (del cibo, dell’altro che nutre e che è troppo presente o assente), del desiderio e del bisogno di dipendere. L’assenza che fisiologicamente può essere affrontata e gestita esclusivamente facendo ricorso ad una presenza interiorizzata che plachi le angosce di frammentazione, viene affrontata mediante uno spostamento delle tendenze simbiotiche residue su un oggetto esterno che rappresenti l’oggetto primario e che lo contenga (per esempio, la luce sempre accesa per il bambino, il cibo, la droga l’alcool..ecc). Nei DCA l’oggetto assente, cristallizzato nella sua assenza, colonizza e paralizza il vissuto del vuoto interiore. L’anoressia, comportamento di rifiuto per eccellenza, è un modo indiretto di ritrovare il contatto con ciò che si rifiuta offrendo il vantaggio di dimostrare a se stessi che non se ne dipende, anzi che lo si controlla. La presenza del bisogno, ineliminabile, fa aumentare la reazione di rifiuto in un meccanismo di auto rinforzo di tipo tossicomanico, poiché riconoscere il bisogno porterebbe a riconoscere la dipendenza dall’oggetto assente. La condotta anoressica/bulimica rappresenta una funzione di regolazione e controllo sui bisogni affettivi fondamentali e sui correlati di tensione ed angoscia, è un potente modulatore della distanza relazionale con i genitori, difesa contro la paura di non potere fare a meno dell’altro, del desiderio dell’altro, di potere essere oggetto di un’invasione narcisisticamente distruttiva. L’oggetto materno persecutorio o non cosa va espulso per lasciar posto ad un auto stimolazione che confermi un precario assetto monadico di padronanza e controllo illusorio ed onnipotente di tipo narcisistico, dominato dal desiderio del non desiderio come difesa rispetto alla frammentazione. I conflitti vengono evacuati all’esterno, attribuiti alle figure genitoriali, in particolar modo alla madre così costretta ad incarnare una funzione di autoconservazione atta a garantire la sopravvivenza, tipica dell’età infantile e che, in quest’epoca, dovrebbe essere assicurata dall’organizzazione psichica dell’individuo. In questo modo la conservazione di una posizione relazionale immatura forclude l’eleborazione del lutto della separazione con gravi ripercussioni a livello identitario ed impossibilità di differenziazione dal corpo materno. Come ogni lutto impossibile e paradossale esita in un quadro depressivo, così anche le pazienti affette da DCA, intolleranti al vuoto cristallizzato che domina la loro psiche, non possono che ricorrere a meccanismi dissociativi, a quei rifugi della mente (agiti impulsivi e compulsivi, binge, astinenza, vomito autoindotto, esercizio fisico eccessivo)che hanno un valore di autocura e che assicurano una difesa contro angosce di tipo schizoparanoideo e depressivo che altrimenti disgregherebbero la loro mente. Ma i rifugi sono dei meccanismi perversi, che ben presto giungono a dominare ed impoverire l’intera organizzazione psichica precludendo ogni crescita e perdendo ogni funzione di autocura.
Non è un caso che tali patologie insorgano in adolescenza,epoca in cui l’individuo è chiamato a trasformare la relazione genitoriale, a creare nuove distanze/vicinanze, in cui il corpo diventa un corpo sessuato che può procreare; in questo periodo la riattivazione del complesso edipico costituisce una messa alla prova delle interiorizzazioni infantili e delle proprie resilienze. Un sano percorso identificatorio darebbe l’avvio all’edificazione di nuovi equilibri, ovvero aprirebbe la possibilità di nutrirsi delle attribuzioni genitoriali attraverso una delicata rivisitazione della relazione, di certo non esente dal timore di vedere fallire il proprio svincolo. Il DCA riesce a rappresentare una funzione di compromesso; garantisce un legame forte, la patologia in effetti è un forte richiamo per le attenzioni e le cure costanti e contemporaneamente assicura una distanza di sicurezza, ottenuta mediante l’impotenza a cui sono relegati i genitori le cui azioni sono costantemente invalidate e vanificate. Dietro questa configurazione epifenomenica vive il paradosso fondante del “non posso fare a meno di loro, lasciarli, ma nemmeno nutrirmi dell’identificazione con loro”. Ci ritroviamo, anzi, all’opposto del processo di identificazione, nella disidentificazione, spesso fomentata dalla frequente aria incestuale presente nelle famiglie e che induce una forte rivalità materna.
Opporsi e rifiutare rappresentano, dunque, una difesa dalla fusione, un radicale modo di proteggere i labili confini del proprio self, i suoi bisogni di dipendenza ed anzi capovolgerli rendendo l’altro dipendente da sé almeno quanto si sente di dover dipendere da lui.
Le pazienti affette da DCA affermano la loro autonomia in negativo, fondano una vera e propria cultura del negativo che sovverte i valori comuni, costituendo un’esaltazione grandiosa ed onnipotente dell’assenza che possa essere sempre meno terrifica del vuoto irrappresentabile ed incolmabile della non cosa, dell’esperienza dell’impossibilità di costruire un’immagine interna stabile ed organica di sé. Immagini frammentate, specchi infranti, vuoto e pseudo identità perché “se non sono anoressica…cosa sono?”.